Scienza, comunicazione, medicina

Scienza, medicina e comunicazione

La comunicazione

Mariella Lombardi Ricci

Esperta di Bioetica e Medicina Narrativa

Lezione tenuta al II anno del Master in Bioetica, Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – Sede di Torino – il 4 ottobre 2019

INTRODUZIONE

Il titolo di questa relazione racchiude ciò che la medicina è: scienza e comunicazione. Ed è sull’aspetto della comunicazione che mi soffermerò, dopo un brevissimo excursus generale per inquadrare questa mia relazione.

Scienza, in questo contesto richiama sia la conoscenza, quanto migliore possibile, dell’organismo con le sue dinamiche e i suoi equilibri, sia la conoscenza, quanto migliore possibile, dell’essere umano e del singolo soggetto, che tradotto vuol dire conoscenza delle emozioni.

Il richiamo alle emozioni suggerisce che non è sufficiente la conoscenza dell’organismo, perché l’essere umano si struttura e si modifica in relazione all’ambiente che lo ospita e nel quale vive, nel quale costruisce le sue relazioni. Infatti, l’uomo, oltre a reagire all’ambiente con l’istinto, come fa ogni essere vivente, reagisce all’ambiente in base al suo modo di essere, alle sue esigenze, ai suoi progetti, al suo qui e ora. È questa la ragione per cui ciascun essere umano è singolare, unico e irripetibile. Il che presuppone che la conoscenza del nostro interlocutore, per essere vera conoscenza, sia costantemente aggiornata e rivista.

Ovviamente, la stessa cosa accade per la conoscenza di noi stessi. Infatti è in base a cosa pensiamo di noi stessi che la comunicazione si struttura e si modula in un modo piuttosto che in un altro.

Gli studiosi concordano nel riconoscere al linguaggio carattere sociale, sia perché consente la comunicazione interpersonale, sia perché è costruito dall’insieme degli uomini. “Le parole sono ciò che tiene insieme la società; senza di esse non saremmo umani.”[1].

È la comunicazione che fonda la società, e l’evoluzione della società modifica la comunicazione. L’avvento dei dispositivi mobili e l’aumento esponenziale delle connessioni, permette di comunicare praticamente ovunque e nei modi più disparati (chat, messaggi, videochiamate, telefonate, e-mail, ecc…). ma sulla comunicazione mediata da connessioni varie non mi soffermo perché non sono esperta.

MA COS’E’ COMUNICAZIONE?

La comunicazione non è semplicemente dire qualcosa a qualcuno. Certo, “dire qualcosa a qualcuno” è la base del significato di questa parola, ma comunicazione è qualcosa di più e di diverso.

La parola “comunicazione, comunicare” deriva da communis, comune, cioè mettere in comune, condividere, far conoscere.

La comunicazione è un processo che si fa con l’altro. Perché ci sia comunicazione, occorre che ciò che viene detto sia compreso dal destinatario, cosa non scontata come mostrano i vari fraintendimenti in cui incappiamo nella vita quotidiana. E questo succede spesso perché non ascoltiamo veramente il nostro interlocutore, non facciamo domande per essere certi di aver ben capito cosa la persona che abbiamo di fronte ci sta dicendo.

La comunicazione avviene quando l’espressione diventa patrimonio comune dei due interlocutori, utile alla costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura.

La nostra vita è basata sulla comunicazione e al tempo stesso è frutto della comunicazione.

Cosa sapremmo del mondo e di noi, se chi ci ha accolti alla nascita non ci avesse narrato fiabe, quelle che Gianni Rodari definisce «un’utile iniziazione all’umanità»[2] e storie, storie della vita familiare e storie per crescere?

Se comunicare è diffondere, rendere noto, ci rendiamo subito conto dell’importanza della comunicazione mediatica, giornalistica su scienza e medicina – è da questa narrazione che noi profani (non curanti e non scienziati) veniamo a conoscenza delle possibilità inedite della scienza e della medicina.

La medicina applicata, cioè la medicina clinica, è sintesi stretta di scienza e comunicazione. Deve essere vera e corretta comunicazione tra l’esperto – il medico, e la persona che all’esperto si rivolge per superare la malattia o per poter convivere con essa il meno peggio possibile.

All’origine di ogni società e di ogni cultura esiste un bisogno profondo di raccontare e di raccontarsi.

L’uomo è diventato quello che è attraverso i racconti delle proprie esperienze ed emozioni, narrati nel corso dei secoli nelle più svariate forme, a cominciare dai disegni rupestri e dai miti delle origini.

L’arte è questo racconto, come lo sono la letteratura, il cinema, il teatro, la pittura. Non parliamo forse di emozioni estetiche?

La comunicazione è importante perché, grazie a tutte le opportunità nascoste nel linguaggio e nelle sue modalità espressive (verbale, paraverbale, corporeo), dice molto di più delle semplici parole e frasi che pronunciamo. La comunicazione è l’arte di parlarsi.

La comunicazione per noi esseri umani è così importante che è alla base della nostra vita, anche se non sempre ne siamo consapevoli. Un tempo, quando esistevano gli orfanatrofi (sono stati chiusi alla fine del 2006 in base alla legge 149 del 2000) i bambini lì ricoverati mostravano anomalie nella comunicazione, avevano un vocabolario ridottissimo e difficoltà nella comunicazione emotiva. Mancava loro quella capacità comunicativa che si impara in famiglia.

E poi, quanti amori nascono per una comunicazione efficace, simpatica, coinvolgente  – e purtroppo quanti muoiono in assenza di questa capacità.

La comunicazione è certo comunicazione verbale – dire – ma è anche linguaggio paraverbale – come dico, cioè tono, pause, silenzi – e linguaggio del corpo, come mi atteggio mentre ascolto e parlo.

GLI STRUMENTI DELLA COMUNICAZIONE

LINGUA E LINGUAGGIO

Gli strumenti della comunicazione umana sono la lingua, cioè il modo di parlare tipico di una società, e il linguaggio, che, come accennato prima, è la capacità innata di apprendere una lingua e di usarla per comunicare.

La prima caratteristica della comunicazione umana è che dice di più di quanto voglia dire. Cioè, dice di più di quanto le parole significano a partire dal senso che dà loro il vocabolario. Che ciò sia vero lo mostra la difficoltà delle traduzioni da una lingua all’altra, cosa ben evidente nelle traduzioni eseguite dai logaritmi del computer.

Dare il nome

Un ruolo essenziale del linguaggio è dare il nome, perché dare il nome alle cose per l’uomo significa indicare il senso della cosa a cui dà il nome e il tipo di rapporto che intende instaurare con tale cosa.

Dare il nome colloca la novità entro i valori fondamentali della società in cui si vive, così come parole nuove e nuovi concetti attestano l’emergere di un fatto nuovo o il mutamento di qualcosa che già c’era ma che è evoluto in modo nuovo. Pensiamo al mondo dell’Intelligenza Artificiale (IA), al neologismo cyborg.

Per chiarire l’importanza della comunicazione e il ruolo del linguaggio ci aiuta un passaggio di un racconto di Lewis Carroll del lontano 1871, “Alice Attraverso lo specchio”:

Quando io uso una parola», disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante,

«essa significa esattamente quello che decido io … né più né meno.»

«Bisogna vedere», rispose Alice, «se lei può dare tanti significati diversi alle parole.»
«Bisogna vedere» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda… ecco tutto.»

Dare il nome significa usare le parole, attività tutt’altro che banale, se Dio crea con la parola: «Dio disse: ‘Sia luce!’ E luce fu » Se, creato l’universo, dà all’uomo, solo all’uomo, il compito di dare il nome a tutto il creato.

Dare il nome è atto squisitamente umano, perché colloca la novità all’interno dei valori fondamentali di quella particolare società storica e in questo modo indica ciò che conta e ciò che è marginale.

Così, quando la realtà muta, o emerge un fatto nuovo, l’uomo sente la necessità di dare il nome al nuovo che avanza. Il linguaggio mediante nuove parole e nuovi concetti consolida l’emergenza di un nuovo fatto o il mutamento di qualcosa che già c’è.

Specularmente, cancellare il nome vuol dire mettere quella particolare realtà in secondo piano, sbiadirla, eliminarla. L’uomo può interferire sul modo di interpretare e vedere la realtà mediante il modo in cui la dice [embrione o grumo di cellule], può enfatizzarla o sminuirla, perché le  parole sono lo strumento con cui trasmettiamo immagini ed emozioni.

Il linguaggio verbale

La lingua è il primo elemento della comunicazione e ha come strumento le parole.

La lingua è la forma storica e culturale mediante la quale un popolo si esprime (lingua italiana, francese, araba) a partire da un insieme di parole, e si concretizza nell’uso sociale. Il soggetto la riceve alla nascita dalle generazioni che l’hanno preceduto, e via via lo adegua al momento presente.

E’ stato dimostrato che l’uso di un termine ad impatto emotivo più alto, rispetto ad un altro, che descrive lo stesso avvenimento, suscita nell’ascoltatore uno stato d’animo diverso. Ad alcuni studenti è stato mostrato il filmato di un incidente stradale. Il gruppo a cui veniva chiesto: «a che velocità andava l’automobile prima di sbattere contro l’altra?», dava una velocità più elevata rispetto al gruppo a cui si chiedeva: «a che velocità andava l’automobile prima di urtare contro l’altra?»[3].

La buona comunicazione apre all’ottimismo  e sappiamo quanto l’ottimismo aiuti a vivere in modo sano.

Gli psichiatri Mark Waldman e Andrew Newberg, autori del libro Words can change your brain dimostrano alcune reazioni cerebrali scatenate dalle parole “sì” e “no”[4]. Quando una frase comincia con la parola “no”, il cervello comincia a secernere più cortisolo, l’ormone dello stress. A sua volta, se la frase comincia con “sì”, si verifica una maggior produzione di dopamina, l’ormone del benessere.

È stato dimostrato, per esempio, che se un impiegato riceve spesso parole di apprezzamento e valorizzazione per il lavoro svolto, tende a legarsi sempre di più alla propria attività lavorativa ed è portato a essere più cooperativo e produttivo.

La neurolinguistica[5] insegna che, sgridando un bambino, si deve evitare di usare il pronome personale “tu sei maleducato” e richiamare il comportamento “il tuo comportamento è maleducato”. Il comportamento si modifica, il modo di essere no.

Pronunciando una parola si può ferire una persona, toglierle speranza, o aiutarla ad affrontare una situazione particolarmente difficile dischiudendo punti di appoggio in un orizzonte prima impensabile.

Si pensi, tanto per stare in ambito clinico, alla frase: “Mi corregga se sbaglio”, pronunciata dal curante. Questa frase dà alla persona malata la percezione che ha parte significativa nel dialogo e nella cura. Non solo, ma saper fare domande aperte, quelle cioè che suscitano risposte, che facilitano la risposta, è fondamentale per costruire un buon dialogo e una relazione terapeutica di fiducia e stima. Il dialogo si connota come attenzione ai bisogni dell’altro. In questo modo la comunicazione diventa una danza in un giro di domande e risposte positivamente allacciate tra loro. Nasce così la fiducia e se c’è fiducia, l’adesione del paziente alla cura è senz’altro maggiore perché spontanea.

Si può far scoppiare una guerra con le parole, come attesta il famoso fatto storico legato al dispaccio di Ems. Un “comunicato”, modificato volutamente da Bismarck, diventa l’occasione della dichiarazione di guerra della Germania alla Francia nel 1870. Scelta importante perchè il prolungarsi dello scoppio della guerra avrebbe visto un indebolimento tedesco nei confronti dei francesi con il rischio di sconfitta. Il contenuto è lo stesso, ciò che cambia è la struttura linguistica. La forma della frase suggerisce  che l’ambasciatore di Francia, che voleva parlare al Re, era stato rifiutato da un suo “aiutante”, umiliazione intollerabile e infatti scocca la dichiarazione di guerra.

Telegramma: Di poi sua Maestà … ha ricevuto ora dal Principe la conferma della notizia che Benedetti già aveva avuto da Parigi (e cioè che il Principe aveva ritirato la sua candidatura) e non aveva più nulla da dire all’ambasciatore. Sua Maestà lascia all’arbitro dell’Eccellenza Vostra, se  non si debba comunicare subito, sia ai nostri ambasciatori, sia alla stampa, la nuova pretesa di Benedetti e il rifiuto ad essa opposto”. Negoziato aperto

Sintesi: … Sua Maestà il Re ha ricusato di ricevere ancora l’ambasciatore francese e ha fatto dire per mezzo del suo aiutante che non aveva più nulla da comunicare all’ambasciatore”    Comunicazione decisiva, chiusa

Non è semplice prevedere le reazioni che suscitano le parole, per questo vanno usate con prudenza. Non a caso Austin diceva “fare le cose con le parole”[6].

Forse non è un caso se l’Onu e l’Unione europea hanno cancellato dal loro vocabolario le parole madre, padre, marito, moglie, famiglia.

Una curiosità che conferma come il linguaggio esprima davvero il sentimento dell’uomo.

Tutte le lingue hanno la parola per indicare chi perde il coniuge, «vedovo», chi perde un genitore «orfano», ma nessuna lingua ha inventato la parola per indicare il genitore che perde un figlio. Perdere un figlio è un dolore così estremo, così totale, che svuota l’esistenza, la rende assurda e indicibile. La lingua si rifiuta di battezzare con una parola questa condizione, perché si rifiuta di accettarla. Perdere un figlio è inaccettabile[7].

Esistono parole che hanno un determinato senso per alcuni e che sono insignificanti per altri. Per me la parola “montagne” non indica solo la realtà geografica, ma suggerisce in primissima battuta Aosta, la mia città e Valle natale, intrisa delle esperienze fatte da bambina, quando giocavo nei ruscelli e nei boschi dei monti valdostani. La parola “montagne” per me significa la mia infanzia. Non è un caso se ho scelto quei monti come immagine della mia pagina internet.

La neurolinguistica

La Programmazione Neuro Linguistica – PNL – ci spiega che comunichiamo tra di noi attraverso una serie di filtri che sono prima di tutti i cinque sensi e poi sono i filtri plasmati dall’esperienza, le credenze e le percezioni che costruiamo nel corso della vita. Io non comunico la realtà, ma comunico la mia percezione della realtà. La realtà non esiste perché esiste solo la realtà percepita da ciascuno di noi, attraverso i propri filtri personali, cioè i propri sensi e la propria esperienza di vita, le proprie emozioni.

La realtà che percepisco, e di cui parlo, è la mappa che costruisco a partire dalla realtà esterna. Troppo spesso dimentichiamo che il  nostro modo di percepire la realtà è “il nostro modo”, la nostra mappa, non il modo unico di percepire il mondo.

In ogni comunicazione non ci limitiamo a dire qualcosa, ma diciamo molto di più, perché in questo dire, c’è anche – o soprattutto – qualcosa della persona che parla, perché – lo ricordo –  quando si comunica, si comunica sempre, la propria percezione della realtà. Per questo, la comunicazione efficace è quella che sa parlare all’altro cioè sa riconoscere la mappa dell’interlocutore e sa rivolgersi ad essa. Come ho detto prima, sapersi parlare, cioè comunicare, è un’arte.

Infatti, significa saper cogliere, saper riconoscere le emozioni, le percezioni dell’altro e saper presentare ciò che si vuol dire, o si deve dire, in modo da facilitare la comprensione e di conseguenza lo scambio comunicativo.

Facilitare in ambito sanitario vuol dire individuare il modo migliore per comunicare al soggetto e ai familiare l’aggravarsi della malattia, l’imminenza della morte.

Facilitare in ambito scolastico vuol dire saper impostare il colloquio con lo studente in modo da sollecitarne l’interesse e facilitare il recupero o sollecitare l’impegno, con i genitori degli allievi in modo da suscitare fiducia e collaborazione.

Il linguaggio non verbale

L’altra caratteristica della comunicazione umana è che non avviene solo per mezzo delle parole, o delle immagini, o della musica – basta ricordare il valore degli inni nazionali, ma anche attraverso il linguaggio non verbale o paraverbale: il tono di voce, i silenzi, le pause, l’atteggiamento, lo sguardo. Non ci succede forse di dire “Non mi guardare così”?

Basta vedere la scena finale del film Vacanze Romane di William Wyler, interpretato da Gregory Peck e Audrey Hepburn. Per partecipare ad un gioco di sguardi che vale mille parole. Quelle che Audrey Hepburn vorrebbe sentirsi dire  e che Gregory Peck vorrebbe dire.

Sempre quando parliamo, anche nell’esposizione di una relazione di lavoro, ci sono pause, silenzi, inflessioni dei toni della voce, che influenzano la comunicazione. Che la colorano. Basta pensare che istintivamente quando ci arrabbiamo alziamo la voce. La frase interrogativa si distingue da quella affermativa per la variazione dell’inflessione del tono di voce, che va in su quando facciamo una domanda, in giù quando diamo un comando e resta ferma nelle frasi affermative.

Il linguaggio corporeo

Il linguaggio corporeo è in prima battuta spontaneo, non voluto, non facilmente controllabile persino quando lo si vorrebbe controllare. Questo perché il corpo tende ad assumere posizioni conformi allo stato emotivo che il soggetto vive.

Un esempio emblematico lo possiamo evincere da una banale partita di tennis tra grandi campioni. Il telecronista sottolinea spesso lo stato d’animo del giocatore, prevedendo possibili miglioramenti o stagnazioni nel suo gioco proprio a partire dal linguaggio corporeo: smorfie, gesti di stizza, borbottamenti tra sé e sé. È il linguaggio del corpo che contribuisce a trasformare una bella partita in una brutta partita.

La cosa curiosa è che il linguaggio del corpo, il comportamento, resta sconosciuto al soggetto. L’atteggiamento che ciascuno di noi ha, è visto chiaramente dall’interlocutore ma resta ignoto a chi parla. Non si può vedere il proprio sguardo, la propria espressione, gestualità. Non solo, ma quello che crediamo di esprimere, molto spesso non è quello che gli altri vedono, che percepiscono. Quanti equivoci, rotture di rapporti derivano da cattiva comunicazione, da fraintendimenti.

Questi aspetti del linguaggio corporeo, ora appena accennati, sono molto importanti in medicina perché rivelano pensieri ed emozioni della persona malata e specularmente pensieri ed emozioni di medico e curanti. E questo è un aspetto, purtroppo, abbastanza trascurato nella formazione universitaria, anche se il linguaggio corporeo – postura, espressione del viso, ecc. -, essendo generalmente incontrollato, spontaneo, rapido, dice molto e anche più di quanto non si vorrebbe, soprattutto quando contrasta con le parole.

L’atteggiamento delle spalle, lo sguardo, il busto dicono vicinanza o lontananza alla persona; sono messaggi che inconsciamente recepiamo nella vita quotidiana, che il paziente, reso più sensibile dalla malattia, percepisce ancor più facilmente. Non diciamo forse: “Mi è simpatico, non so il perché, così a pelle”.

Può anche succedere che gesti per così dire insignificanti possano creare falsi messaggi. Un piccolo esempio. Le penne nel taschino del camice possono comunicare “io so, ho la conoscenza che tu non hai”,  anche se di fatto sono lì solo per semplice comodità. Le stesse penne in ambiente pediatrico trasmettono un messaggio diverso. Penne strane o colorate dicono che anche al medico piacciono le stesse cose che piacciono al piccolo e questo crea familiarità.

Comunicare scienza, come comunicare medicina, ai non addetti ai lavori significa tradurre da un linguaggio specifico e ben definito ad un altro dove le parole hanno tutto un altro significato. Cito a mo’ di esempio il gergo riferito ad un esame di laboratorio: “negativo” per dire che va tutto bene. Questa lingua, che appartiene ad un paese straniero – quello degli esperti di medicina, va  necessariamente tradotta nella lingua che parlano gli abitanti dell’altro paese – quello della vita ordinaria, quotidiana.

Ciò significa che bisogna saper scegliere le parole giuste, comprensibili, quelle del parlare proprio della vita giornaliera, e soprattutto quelle più appropriate a ciò che si vuole comunicare, calibrandole su Tizio che ha una storia e una sensibilità diversa da Caio.

Le parole giuste

Ma ecco il problema delicato. Come si fa se nel linguaggio ordinario le parole di uso comune hanno un significato letterale, quello che troviamo sul vocabolario, e insieme ad esso hanno un significato metaforico, che dice di più, che suggerisce, sottende, allude, caricandosi della forza emotiva propria di che parla?

La comunicazione umana, come si vede, è decisamente complessa, perché oltre alla componente verbale, quella fatta dalle parole, c’è anche la comunicazione legata al modo in cui si comunica. Infatti,  il comportamento di ciascuno di noi è frutto delle emozioni vissute e le parole racchiudono una forza evocativa legata proprio a quelle emozioni. Tutto nella comunicazione trasmette quelle emozioni: i gesti, l’espressione del volto e degli occhi; le inflessioni della voce; la sequenza, il ritmo, la cadenza delle parole. Così ogni altra espressione di cui il corpo sia capace; i segni di comunicazione o movimenti d’intenzione sempre presenti in ogni contesto comunicativo.

La comunicazione coinvolge tutta la persona che comunica e per questa ragione va in modo diretto ed incisivo a toccare la sensibilità dell’interlocutore, al punto che può anche spingere all’azione. È ciò che intendiamo dire quando definiamo un discorso “convincente”.

A conferma che il vero comunicare unisce alla buona comunicazione il linguaggio delle emozioni.

Esemplare questo passo da Giono J., Morte di un personaggio, Passigli ed., Firenze 1996, p.57:

“Quindi non potrei mai arrivare a sorprendervi”, disse mia nonna.

“No. Né voi, né il signor Pardi”, disse

“Non ho detto niente”, disse mio padre, “vi farò notare che mi attaccate ingiustamente”.

“Voi non avete detto niente – disse il signor Leydet – ma io vi guardo”.

È anche per questo che la medicina – oltre che scienza e conoscenza – si riconosce come “arte”, arte medica, cioè capacità di cogliere l’individualità della persona con cui il medico si relaziona, con la quale parla perché deve essere informata su quella rivoluzione biografica che è la malattia vissuta. Questo perché quando la malattia entra nell’organismo, entra anche nel mondo di quel soggetto, stravolgendone la vita. Niente resta più come prima. Questa singolarità che ogni persona esprime quando parla della sua malattia, è alla base della necessità, per i curanti, di saper utilizzare al meglio possibile la comunicazione in tutta la sua ampiezza.

Con l’uso sapiente del linguaggio il locutore (colui che parla) può creare nell’ascoltatore le sensazioni e le emozioni che vuole. Ricordo un’omelia di Papa Francesco:

«Una cosa che aiuta tanto sono tre parole che si devono dire sempre: permesso, grazie, scusa. Le tre parole magiche: permesso, per non invadere nella vita dei coniugi; grazie, ringraziare il coniuge, grazie per quello che ha fatto per me, e siccome tutti noi sbagliamo scusa, parola un po’ difficile ma bisogna dirla. Permesso grazie e scusa, ripetiamole tutti: permesso grazie e scusa” (Udienza Generale del 2 aprile 2014). O l’effetto deleterio delle parole negative “Anche le parole uccidono. Facciamo attenzione a questo” ha ammonito nell’Angelus del 7 settembre scorso.» [8].

NOTE

[1] Chase S., 1966, Il potere delle parole, Milano, p.11

[2] Infatti, attraverso la fiaba, il bambino entra in contatto per la prima volta con i grossi problemi esistenziali, con l’aiuto della sua mamma o del suo papà, del nonno o della nonna. Così comincia a conoscere il mondo reale. Nel racconto, la voce con le sue sfumature aiuta a capire cos’è bene e cos’è male e fa svanire i timori dei lupi cattivi o degli orchi.

La fiaba insegna a sognare al contrario dei videogiochi che non lasciano spazio alla fantasia. [da Enza Cusmai – Gio, 23/02/2006 http://www.ilgiornale.it/news/magico-linguaggio-delle-favole-territorio-misura-bambino.html ]

[3] L’impatto emotivo delle parole, https://it.zenit.org/articles/l-impatto-emotivo-delle-parole/

[4] Newberg A., Waldman M.R.,Words Can Change Your Brain: 12 Conversation Strategies to Build Trust, Resolve Conflict, and Increase Intimacy, Penguin Putnam Inc,  USA 2012

[5] La neurolinguisticaè una scienza interdisciplinare che applica teorie, metodi, strumenti e tecniche della linguistica, della psicolinguistica, della psicologia dello sviluppo, della psicobiologia e delle neuroscienze cognitive.

[6] Austin J. L. è un filosofo e linguista, autore tra l’altro di How to Do Things with Words (1962); trad. it. Come fare cose con le parole, Marietti, Genova 1987

[7] La reazione a un dramma indicibile Ferdinando Camon, La Stampa 12 ago 2011

[8] Zenit, 8 novembre 2014  https://it.zenit.org/articles/l-impatto-emotivo-delle-parole/

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